Scusate il ritardo
(1983)


Il ricordo di questo film, in cui ancora una volta Troisi si è trovato impegnato nella duplice veste di regista ed attore, rimarrà per sempre legato ad una curiosa battuta che Vincenzo (Troisi) dice a Tonino (Lello Arena) in riposta al quesito postogli e cioè se fosse meglio un giorno da leone o 100 da pecora. La mitica risposta è: "Che ne saccio Tonì...meglio 50 giorni da orsacchiotto accussì nun fai 'a figur' 'e merd' ra pecora, ma manc' 'o leone che campa nu jorn' sul'...".
Insieme a Ricomincio da tre, Scusate il ritardo ha costituito senz'altro la parte più indimenticabile della produzione troisiana, quella i cui personaggi hanno fornito ritratti efficaci delle nuove tipologie napoletane.
Massimo Troisi aveva la passione per l'inquadratura, specie quella fissa, vista come momento significativo ed adatto a sottolineare gli umori e gli stati d'animo dei personaggi ed inoltre, per un certo tipo di formalismo, espressione vera e propria della "forma" filmica. Sembra infatti che Troisi si interessi solo ai contenuti dei suoi film, ma in realtà la cura per la loro forma è molto forte.
In Scusate il ritardo Troisi non lavora su grandissime idee ed il film non ha un ritmo narrativo molto scorrevole. E' però un film comunicativo, fragile, scritto ed interpretato con spiccata personalità e con umorismo.
La semplicità, l'analisi delle cose della vita piccolo borghese di ogni giorno, le sottili sfumature di sentimenti e sensazioni sono gli ingredienti principali di Scusate il ritardo.
Questa seconda pellicola è stata così chiamata da Troisi perché veniva realizzata quasi tre anni dopo il fortunatissimo Ricomincio da tre. Anche in Scusate il ritardo Troisi agisce nella Napoli del dopo terremoto, vestendo i panni di un disoccupato che vive ancora a carico della famiglia.
Ai suoi problemi, aggiunge quelli dell'amico Tonino, che soffre per delusioni sentimentali.
Il film è sicuramente comico, ma fa delle riflessioni molto serie, traducendo in immagini filmiche il dramma di un giovane degli anni '80 che non sa decidere quasi su niente: amori, lavoro, stile di vita. E che è poi un mix di opposti: simpatico/antipatico,nevrotico/tranquillo, pignolo/distratto, invidioso/contento del successo altrui.
Nella frase "meglio 50 giorni da orsacchiotto..." è racchiusa tutta la filosofia di Vincenzo: l'essere titubante e timoroso per tutto ciò che potrebbe accadere e per questo non prendere mai decisioni. Si capisce chiaramente che l'indecisione, la superficialità che caratterizzato il personaggio di questo film sono elementi impregnati di autobiografismo: i timori, i dubbi e le poche convinzioni di Vincenzo sono in fondo gli stessi di Massimo.
Scusate il ritardo è stato considerato dalla critica l'opera migliore dell'autore partenopeo, visto lo spessore tematico ed artistico e la forza e l'efficacia con cui Troisi riesce a a scavare all'interno della sua anima.
Tra i personaggi, ritroviamo quelli sempre cari a Troisi: l'amico oppressivo ed appiccicoso, la donna troppo emancipata, la famiglia invadente. In particolare la figura dell'amico abbandonato dalla fidanzata è molto interessante e ci riporta un po' ad un personaggio presente nella letteratura greca e latina: il "vinto d'amore".
Il tema principale di Scusate il ritardo è l'amore espresso nel difficilissimo rapporto uomo-donna. Anna (Giuliana De Sio) riveste un ruolo delicato e molto comune nella vita reale: quello della donna che cerca nel partner una sicurezza che forse non potrà mai ricevere.
In questo film c'è un riferimento profondo al Woody Allen anni '70 ed all'impantanamento nel dibattito amoroso e nell'introspezione.
La trama: Vincenzo, giovane disoccupato napoletano, conduce una vita monotona tra famiglia e soliti amici, nonostante abbia ormai 30 anni. In particolare trascorre il suo tempo con Tonino, il suo migliore amico che sta attraversando un periodo di depressione per delle delusioni amorose. Vincenzo incontra Anna, ma anche lei non riesce a scuoterlo dall'apatia e dalla pigrizia: è proprio un uomo che non sa decidere, che non vive ma si lascia vivere. La fine del film è piuttosto emblematica e vede Vincenzo che piange la donna che ormai l'ha abbandonato nel suo mondo cupo, oscuro e senza certezze. Ma Anna, nell'ultimissima scena, tornerà a parlare con lui. Il finale rimane comunque aperto, a libera interpretazione.
"Il personaggio di Vincenzo non pensa a lasciare Napoli...", dice Antonio Tricomi,"...come il Gaetano di Ricomincio da tre...Vincenzo è pigro, nevrotico, fatalista ed intrappolato in rapporti affettivi tanto rassicuranti quanto asfissianti. In questo film Troisi ha saputo cogliere gli umori della sua generazione, passata dalle aperture utopistiche ad un sedentarismo domestico e claustrofobico, dalla foga contestataria fino ad un'insofferenza diffusa, dai miti della rivoluzione sessuale ad una paralizzante insicurezza nei confronti delle donne". Questa critica è una di quelle che ha più esattamente centrato gli scopi, le tematiche ed il messaggio dell'opera.
Dal punto di vista tecnico, il film è pieno di inquadrature troppo lunghe e ferme, ha un ritmo ancora piuttosto lento, ed è ricco di ripetizioni inserite da Troisi per la voglia di approfondire e puntualizzare.
Massimo Troisi è un coraggioso, è uno che si mette sempre in discussione e così ha fatto anche in questo film, che pur essendo molto comico nella forma, trabocca una tristezza enorme. In questo ci ricorda l'episodio del film di Alberto Sordi "Le coppie", dove Erminia e Giacinto Colonna sono due patetici personaggi, la cui storia di poveracci che non vengono accettati in nessun albergo di lusso, è pero' intrisa di una tristezza profonda e diversa da quella del film di Troisi.
Il regista napoletano ha definito questo suo secondo film come il film "della paura". Infatti, anche se il film risulta gradevole e perfino delizioso, in realtà i temi e lo stile sono cupi e pieni di oscurità. Troisi sembra quasi essere minimalista in questo film, è una sorta di David Leavitt napoletano in trasposizione cinematografica e non disdegna nemmeno uno sguardo al nuovo neorealismo ed alla commedia italiana di costume, senza eroismi, ma con molta introspezione.Troisi è un intimista, che costruisce un film dove il protagonista opera quasi solo su sè stesso.
L'aspetto più indagato nel film è l'inadeguatezza in cui si trova un uomo al giorno d'oggi davanti ad una proposta d'amore totale, che impaurisce e sembra troppo scontata.Il finale del film è la parte più interessante, quella in cui si sciolgono molti nodi ed attraverso i punti di fuga si gusta in pieno il messaggio.
Le inquadrature del film sono sempre molto strette e ferme sull'oggetto interessato, c'è un'esasperazione quasi claustrofobica dell'inquadratura ferma e statica, che racchiude in se l'incapacità di uscire dal chiuso di una stanza,di un guscio, di un bozzolo di vita. Napoli, nelle inquadrature non è mai presente, ma è intuita, sono molto più presenti le scene di interni. E' difficile capire cosa voglia veramente dire il Troisi-regista attraverso un movimento di macchina o un'inquadratura. Forse, ad esempio, l'inquadratura fissa vuol dire proprio questo: che anche se ci fissiamo su qualcosa e' inutile illuderci, la stabilita' non esiste nella vita. La fissità dell'occhio della m.d.p. è, quindi, contrapposto all'occhio di Troisi-regista che vede tutto come estremamente labile ed instabile.
C'è una lezione fondamentale lasciata da Eduardo de Filippo, presente nel film: in un testo, qualsiasi testo, intelligenza ed impegno non sono per forza sinonimi di noia e barbosità, e si possono tenere allegre le persone raccontando loro storie serie,magari tragiche ed essenziali camuffandole con il "vestito della domenica", ossia quello comico.
Massimo Troisi usa questo film anche per esplorare i problemi della coppia moderna, su cui conduce un'indagine molto accurata e raffinata. Tutto l'insieme delle tecniche e della recitazione è volto ad una comicità disarmante.
L'illuminazione è un'alternanza di luce/penombra, il quadro è un po' oscurato c'è questa pioggia scrosciante ed angosciante, che scende giù soprattutto nei momenti in cui Vincenzo scende giu' in strada a consolare l'amico Tonino.
La recitazione usata punta molto sul timbro e sul tono della voce, ora nervosa, ora pacata, ora triste e,come sempre, anche sulla mimica e sulla gestualità troisiane più tipiche.
I costumi sono molto semplici tendenti quasi al povero ed all'essenziale e vogliono sottolineare l'espressione di una vita semplice;Troisi, anche in teatro, sceglieva sempre costumi poco elaborati.
La scenografia è quasi sempre una stanza: o è la stanza di Vincenzo, o del professore a cui occupa la casa di nascosto per portarci la fidanzata o, ancora è la stanza della madre, dove Vincenzo e Patrizia rifanno il letto.
Il ritmo del film è piuttosto lento, i tempi di battuta altrettanto lenti ed il film è, ad ogni modo, caloroso ed emozionante. Troisi, pur essendo al secondo film, sembra essere già diventato un veterano del cinema napoletano: forse è la sua grande semplicità ed il puntare sulla quotidianità degli avvenimenti che lo rende così.
Sulle opere di Troisi c'è sempre stato un certo linciaggio critico, forse perché pensando al cinema commerciale, il desiderio è sempre stato quello di fare di ogni erba un fascio. Ma l'opera di Troisi andrebbe recuperata...Non si può generalizzare sulla commercialità, sul fare film "leggeri", ma forse il fatto che siamo in un'epoca fortemente tecnicizzata e tutto il cinema è impiantato su un tipo di sperimentazione cineaudiovisiva, rende il cinema di Troisi in apparenza leggero e facile. Non che la generazione dei nuovi comici non abbia colpe, ma non è neanche giusto declassarli così.
Invece Massimo Troisi, giovane regista in questo secondo film, ha superato brillantemente il primo banco di prova professionale, sperimentando una nuova narratività filmica, che guardando molto sia al passato che al futuro, punta su di un nuovo "soggettivismo" dei sentimenti. Lo stile di Troisi, nel profondo minimale ed un po' "underground", è sul piano formale tenero e malinconico, come tutta la sua produzione.
La mimica di Troisi, è, come al solito, clownesca ed accenna, con le sue facce buffe e le sue espressioni onomatopeiche, quasi al cartone animato ed alle gag del vecchio cinema muto. Si ha la sensazione di generi cinematografici diversi che si mescolano e stemperano la carica disturbante di alcune scene in un insieme da opera buffa. Troisi-regista spesso si sente un po' violentato dalla m.d.p., che travisa quello che lui ha da dire, gli da un alone di opacità e fa si che consegni allo spettatore un soggetto sottoposto ad una manipolazione, oltre che dello sguardo, delle conoscenze mentali dell'autore stesso.
Il film è, tra quelli di Massimo Troisi, uno di quelli più scomponibili e ricompattabili,essendo privo di continuità cinematografica, anche se la struttura del film è piuttosto salda. L'autore ha lavorato molto su questo film per curare personalmente regia, soggetto, sceneggiatura ed interpretazione del protagonista.Il finale del film è piuttosto ambiguo ed aperto, è visibile all'orizzonte un happy end, ma diverse scappatoie lasciano intravedere anche una mancata risoluzione del problema della coppia. Questo è dovuto anche allo script del film, che si presenta come spezzettato in vari punti.
I film di Troisi appartengono ad una generazione che non è assolutamente caratterizzata dal dinamismo assoluto della cinematografia americana dello stesso periodo. Ma Troisi era favorevole al cinema americano, ammirava l'uso di certi effetti speciali e di certe tecniche, in cui riscontrava anche messaggio e sensibilità. I sui film sono invece semplici: poche dissolvenze, carrellate, panoramiche ed angolature particolari: i registi moderni, adoperano pochi m.d.m. quasi avessero paura di turbare la scorrevolezza del film.
Il montaggio, momento di creazione artistica che ricorda da vicino le tecniche del collage, è in questo film assemblaggio, giustapposizione di materiali figurativi e verbali ricavati da più 'diversi ambiti contestuali.Si tratta di una fase combinatoria, molto impegnativa e molto sofferta, per la selezione delle scene e delle sequenze e per gli inevitabili tagli. Il montaggio di Scusate il ritardo, ricordiamo, è di Antonio Siciliano.
La colonna sonora in questo caso non è di Pino Daniele, ma di A.Sinagra.
L'ultima scena del film si concretizza in un fermo immagine di Vincenzo che dice ad Anna: RESTA!, un grido di disperazione di un uomo che non ha il coraggio di prendere una decisione ed alla fine, con grande fatica, cerca di prenderla lo stesso.
In sintesi, il secondo film di Massimo Troisi, e, forse, veramente quello più riuscito e più compatto.
E' una grande commedia familiare degna della miglior tradizione teatrale dei De Filippo ed è il tributo che Troisi ha dovuto pagare alle proprie origini ed a una nuova, se pur antica, napoletanità.


Claudia Verardi
....Napoletanita'